Il pasto del buco nero

Il nuovo telescopio orbitante della NASA, NuSTAR (Nuclear Spectroscopic Telescope Array) ha dato un’occhiata al buco nero centrale della Via Lattea ed ha ripreso una violenta ed energetica emissione di raggi x. Il NuSTAR è stato lanciato il 13 giugno ed è il solo telescopio capace di fornire immagini focalizzate di sorgenti a raggi x di alta energia.

Il nucleo della Via Lattea, nella direzione del Sagittario, contiene la nota radiosorgente Sagittario A*, che si è rivelata poi essere il grande buco nero centrale con massa equivalente a 4 milioni di volte il Sole. È stato studiato in dettaglio nell’infrarosso dagli astronomi europei dell’ESO e dal team del Keck Observatory. Rispetto ai giganteschi buchi neri di altre galassie che divorano intere stelle e grandissime quantità di materia in un processo che influisce sull’intera galassia, il buco nero della Via Lattea è piuttosto docile e si accontenta di sbranare l’equivalente di un asteroide ogni tanto.

Ecco le immagini del flare a raggi X ripreso dal satellite NuSTAR della NASA. A sinistra si può vedere la sequenza del brillamento. Crediti: NASA/JPL-Caltech

La materia dell’ultimo pasto del buco nero è stata riscaldata fino ad oltre 100 milioni di gradi prima di scomparire nella terribile voragine cosmica. L’emissione del lampo di raggi x (denominata flare) è stata generata da particelle accelerate fin quasi alla velocità della luce.

Per saperne di più: NASA’s NuSTAR Spots Flare From Milky Way’s Black Hole

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Trovato un pianeta nel sistema stellare più vicino alla Terra

Così oggi ha annunciato l’ESO, l’ente europeo di ricerca astronomica che ha sede nelle Ande cilene.  Il nuovo pianeta orbita attorno ad una stella del sistema Alfa Centauri, il sistema più vicino a noi con soli 4,3 anni luce di distanza, ed ha una massa simile a quella della Terra. La scoperta è importante anche perché si tratta del primo esopianeta di tipo terrestre orbitante attorno ad una stella simile al Sole. Alfa Centauri è la stella più luminosa del cielo australe dopo Sirio, e il suo sistema è costituito da tre stelle: Alfa Centauri A, Alfa Centauri B, meno luminosa e orbitante vicinissima alla A, e Proxima Centauri, molto più debole e orbitante a maggiore distanza.

Una ricostruzione grafica del nuovo sistema solare: al centro Alfa Centauri B, a sinistra Alfa Cantauri A e, in primo piano, il nuovo pianeta. Crediti: ESO/L. Calçada/N. Risinger (skysurvey.org)

Il nuovo pianeta orbita attorno ad Alfa Centauri B, molto simile a Sole ma leggermente più debole, ad una distanza di circa sei milioni di chilometri. È dunque molto vicino alla stella madre, dieci volte più vicino di quanto sia Mercurio dal nostro Sole. Si tratta dunque di un mondo alieno rovente ed inabitabile. Ma comunque un grande risultato per la ricerca europea perché rappresenta anche un record nella precisione e sensibilità della tecnica di osservazione utilizzata. A breve L’ESO terrà un conferenza stampa on-line per illustrare la nuova scoperta.

Per saperne di più: Trovato un pianeta nel sistema stellare più vicino alla Terra

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Stelle cadenti in arrivo !

Ogni anno, nella seconda metà di ottobre, la Terra passa attraverso la scia di detriti polverosi rilasciati dalla cometa di Halley. La dimensione media di queste particelle è quella di un granello di sabbia, ma poiché penetrano nell’atmosfera terrestre con velocità di decine di km al secondo, bruciano dando luogo al fenomeno delle stelle cadenti. Queste di ottobre appartengono allo sciame delle Orionidi, così chiamato perché appaiono provenire dalla costellazione di Orione, da un punto nord della sua stella più luminosa, la gigante rossa Betelgeuse.

Il nucleo della cometa di Halley, fotografato nel 1986 dalla sonda Giotto dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea.

La frequenza delle Orionidi non è molto alta, mediamente è possibile contarne 25 all’ora, poco meno di una ogni due minuti. Il massimo dovrebbe presentarsi nelle notti tra il 21 e il 23 prossimi a notte fonda. Anche se la frequenza è bassa, lo spettacolo non mancherà di suggestione perché sarà incorniciato da uno splendido e brillante sfondo di costellazioni: Orione, il Toro, l’Auriga, i Gemelli e Sirio, la stella più luminosa del nostro cielo. Uno spettacolo che merita di essere visto.

Per saperne di più: Leonids 2012: prediction of activity

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Il DNA dei dinosauri può essere estratto dalle ossa fossili ?

Sembra proprio che sia impossibile. Il DNA non si conserva tanto lungo, cioè non per 65 milioni di anni nel caso dei dinosauri. Un articolo pubblicato oggi su Nature riporta lo studio di una squadra di paleogenetisti che hanno affrontato il problema della durata nel tempo della molecola di DNA. Sappiamo che, dopo la morte delle cellule, l’azione di enzimi, di microorganismi e dell’acqua provoca il lento decadimento delle molecole organiche complesse, frammentando la lunga molecola di DNA tanto che, dopo molti anni è impossibile determinare il codice genetico dell’organismo scomparso. Dopo quanti anni questo è inevitabile ? Gli autori della ricerca hanno studiato il DNA di uno specifico animale estinto, il Moa, il gigantesco uccello vissuto in Nuova Zelanda fino all’arrivo dei Maori, oltre 800 anni fa. Hanno esaminato 158 campioni di moa, le cui ossa risalivano a periodi differenti, collocabili tra i 600 e gli 8000 anni fa.  I campioni erano in condizioni di conservazione equivalenti e provenienti da un’area ristretta, entro un raggio di 5 chilometri.

Sono quattro le specie di Moa conosciute e, come si può vedere da questa immagine, era un vero gigante.
Fonte: Wikimedia Commons

Dallo studio risulta che il DNA ha un “tempo di dimezzamento” di 521 anni, cioè in quell’arco di tempo la metà dei legami della lunga catena si spezza. Dopo altri 521 anni si spezza la metà dei legami rimanenti e così via, finchè i frammenti diventano tanto piccoli da impedire il recupero dell’informazione genetica.
Il team di paleogenetisti ritiene che, nelle condizioni ideali, la molecola di DNA possa conservare informazioni genetiche leggibili per 1-2 milioni di anni. E’ comunque una buona notizia, almeno per i mammuth e gli altri animali estinti entro quei 2 milioni di anni. Si potrà “riportarne in vita” qualcuno ?

Per saperne di più: DNA has a 521-year half-life

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Nuova e più accurata misura della velocità di espansione dell’Universo

Il team di scienziati che lavorano allo Spitzer Space Telescope, il telescopio orbitante della NASA che opera nell’infrarosso, ha annunciato la misura più accurata mai fatta della Costante di Hubble, che esprime il tasso di espansione dell’Universo. La costante prende il nome dall’astronomo Edwin P. Hubble, che ha stupito il mondo nel 1920 annunciando il fatto che l’Universo non era statico, ma animato da un moto di espansione: le galassie si allontanavano l’una dall’altra con velocità crescente con la distanza. Esattamente come i frammenti di una esplosione che si sarebbe verificata  13.7 miliardi di anni fa. Si comprende dunque perché una misura accurata della costante di Hubble sia tanto importante per comprendere l’età e le dimensioni dell’universo. La nuova misura migliora di un fattore 3  la precisione e fissa il valore  della costante in 74,3 ± 2,1 chilometri al secondo per megaparsec.  Un megaparsec corrisponde alla distanza di circa 3 milioni di anni luce. L’errore è inferiore al 3%, un grande progresso per le misure cosmologiche. La determinazione accurata del tasso di espansione è fondamentale per comprendere l’età e le dimensioni dell’universo.

Il telescopio Spitzer, operando nell’infrarosso, può vedere attraverso la polvere cosmica con grande vantaggio anche nella ricerca delle stelle variabili Cefeidi, che sono le pietre miliari per la misura delle distanze cosmiche. Fu una donna, Henrietta Leavitt, che nel 1908 scoprì la relazione tra il periodo di variazione di luminosità e la luminosità assoluta delle variabili Cefeidi. Il concetto è il seguente: se conoscete la luminosità di una candela ad una distanza stabilita, un metro per esempio, misurandone la luminosità ad una distanza sconosciuta potete determinarla, perché è ben nota la legge con cui la luminosità diminuisce con la distanza. Le stelle variabili cefeidi sono dunque delle “candele standard” e possiamo misurarne la distanza, qualunque sia purchè siano osservabili.

La relazione tra il periodo e la luminosità delle stelle variabili Cefeidi osservate da Spitzer. Credit: NASA/JPL-Caltech/Carnegie

Il grafico mostra le misure del telescopio orbitante Spitzer: ha osservato 10 cefeidi nella nostra galassia, la Via Lattea, e 80 in una galassia vicina, la  Grande Nube di Magellano. Senza il disturbo della polvere cosmica il team di ricerca è stato in grado di ottenere misure più precise della luminosità apparente delle stelle, e quindi le loro distanze. Questi dati hanno aperto la strada per completare il lavoro con la nuova determinazione della costante di Hubble.

Per saperne di più: NASA’s Infrared Observatory Measures Expansion of Universe

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La danza dei buchi neri

Nella galassia NGC 6240 sono stati scoperti due giganteschi buchi neri orbitanti uno intorno all’altro. La distanza tra loro è di circa 3000 anni luce e sono destinati a fondersi insieme entro qualche milione di anni, in una lenta ma inesorabile danza a spirale destinata in futuro ad essere sempre più veloce e parossistica. La scoperta è stata fatta dalle osservazioni del satellite a raggi X Chandra della NASA. Si ritiene che la formazione di buchi neri multipli sia abbastanza comune nell’universo, dal momento che numerose galassie subiscono processi di fusione con altre galassie, la maggior parte delle quali posseggono buchi neri supermassicci. La presenza di coppie di buchi neri supermassicci può spiegare l’osservazione della distorsione e  piegamento dei potenti getti  che producono. Capire cosa succede quando questi oggetti esotici interagiscono tra loro è questione di grande importanza per gli scienziati. L’interesse per i processi di fusione di coppie di buchi neri è dovuto al fatto che sono le sorgenti più potenti di onde gravitazionali, probabilmente gli unici eventi in cui è possibile osservarle con le nostre tecnologie.

La Galassia NGC 6240

La Galassia NGC 6240 che ospita i due buchi neri danzanti.  Crediti: Immagine a raggi X: NASA / CXC / MIT / C.Canizares, M.Nowak, Ottica: NASA / STScI

Questa fotografia della galassia NGC 6240 è il risultato della combinazione di una immagine a raggi X ripresa dalla sonda Chandra (al centro in rosso, arancio e giallo) e di una ripresa nel visibile effettuata dal Telescopio Spaziale Hubble della NASA.

Per saperne di più: Black Holes Go ‘Mano a Mano’

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