Nuovo sistema solare in formazione

Utilizzando le capacità uniche del telescopio orbitante ESA Herschel Space Observatory, gli astronomi hanno accuratamente ‘pesato’ il disco di materia di una stella, che è risultata avere una massa sufficiente per generare almeno 50 pianeti delle dimensioni di Giove.        I dischi proto-planetari contengono le materie prime per la costruzione di pianeti e sono composti principalmente di freddo idrogeno molecolare, che è altamente trasparente e sostanzialmente invisibile. Di solito per fare stime della massa totale del disco, è molto più facile misurare le emissioni da sostanze “contaminanti” come la piccola frazione di polvere miscelata nel gas, o frazioni di altri gas presenti nel disco. In passato, questa tecnica ha provocato notevoli incertezze nelle stime di massa dell’idrogeno molecolare, ma grazie alle capacità di osservazione nel lontano infrarosso e alla sensibilità di Herschel, gli astronomi hanno usato un nuovo e più accurato metodo, studiando un parente stretto dell’idrogeno, il deuterio o idrogeno ‘pesante’, il cui nucleo è composto da un protone più un neutrone. Poiché il rapporto deuterio/idrogeno è ben conosciuto, questo approccio fornisce un mezzo per ‘pesare’ massa totale del disco di una stella con precisione dieci volte maggiore rispetto al passato. Utilizzando questa tecnica, è stata rilevata una massa consistente di gas in un disco che circonda TW Hydrae, una giovane stella a 176 anni luce di distanza da noi nella costellazione dell’Hydra.

Immagine artistica della stella TW Hydrae. Crediti: ESA–C. Carreau

Immagine artistica della stella TW Hydrae. Crediti: ESA–C. Carreau

“Non ci aspettavamo di trovare così tanto gas attorno a questa stella che ha 10 milioni di anni di vita, ” dice il professor Edwin Bergin della University of Michigan, autore principale del rapporto pubblicato su Nature. “Questa stella ha significativamente più massa di quella richiesta per fare il nostro sistema solare, e può generare un sistema molto esotico, con diversi pianeti più massicci di Giove.”

Una tale quantità di materia nel disco intorno a TW Hydrae è piuttosto insolita per stelle di questa età, perché, nel giro di pochi milioni di anni, la maggior parte del materiale viene generalmente catturata dalla stella centrale o da pianeti giganti, oppure viene spazzata via dal forte vento stellare.  Il sistema TW Hydrae è importante per lo studio dell’aggregazione della materia planetaria e delle condizioni necessarie per il successivo sviluppo della vita. Infatti un precedente studio della sonda Herschel aveva mostrato che nel disco c’è una enorme quantità di acqua, sufficiente a riempire diverse migliaia di oceani terrestri.  Lo studio suggerisce anche che le precedenti ricerche su sistemi analoghi, basate su metodologie meno efficaci, potrebbero aver sottostimato la quantità di materia dei dischi protostellari e la quantità di acqua.  Per saperne di più: Stars can be late parents

Ma sopratutto venite la Planetario, lo show “Infiniti mondi” vi aggiornerà su tutte le novità sui pianeti extrasolari.

Un nuovo colpo d’occhio su Andromeda

La galassia di Andromeda, sorella gemella della Via Lattea, dista soltanto 2,5 milioni di anni luce da noi, ciò la rende un laboratorio naturale per lo studio della formazione stellare e l’evoluzione delle galassie. Prende il nome dall’omonima costellazione, dedicata alla giovane fanciulla offerta in sacrificio alle fauci del mostro marino Cetus e salvata da Perseo. Il telescopio europeo orbitante Herschel, sensibile nel lontano infrarosso, ha fornito questa nuova immagine della galassia alla ricerca di nubi di gas dove nascono le stelle.

L'immagine infrarossa della galassia di Andromeda.

L’immagine infrarossa della galassia di Andromeda.  Crediti:  ESA/Herschel/PACS & SPIRE Consortium

Nella foto si osservano i lembi più freddi delle scie di gas e polvere, di colore rossastro, interni alla galassia, che hanno temperature inferiori a -240° Celsius. Per contro si può notare la colorazione bianco azzurra delle stelle più vecchie e calde nel nucleo centrale. L’intricata struttura rossastra, che si estende per l’intera galassia, è caratterizzata da numerose zone di formazione stellare, intervallate da spazi scuri dove la formazione stellare è assente. L’immagine mostra come alle centinaia di miliardi di stelle di Andromeda, nel prossimo futuro si aggiungeranno numerose altre giovani stelle. Per saperne di più: Two New Views of Andromeda.

Ma soprattutto venite al Planetario, vi racconteremo e mostreremo tutte le novità sulla galassia di Andromeda.

Il “raggio attrattore” di Star Trek creato dagli scienziati

Un vero “raggio attrattore”, che utilizza la luce per attirare oggetti, è stato sviluppato da un team di scienziati.  Si spera che possa avere applicazioni mediche grazie alla possibilità di attrarre singole cellule. La ricerca, pubblicata su Nature Photonics e condotta dall’Università di St Andrews, è relativa ad un dispositivo in grado di spostare particelle microscopiche. Nei programmi di fantascienza come Star Trek, raggi traenti sono utilizzati per spostare degli oggetti molto più massicci.  Non è la prima volta che la scienza ha cercato di replicare l’impresa, anche se a scale più piccole. Nel 2011, ricercatori  cinesi e di Hong Kong avevano dimostrato come si sarebbe potuto fare con raggi laser di una forma specifica e anche negli Stati Uniti la Nasa ha finanziato uno studio per esaminare come la tecnica avrebbe potuto aiutare la manipolazione di campioni nello spazio. Il nuovo studio del ricercatore Tomas Cizmar, presso la Scuola di Medicina presso l’Università di St Andrews, ha dimostrato che, sebbene la tecnica sia molto nuova, ha un enorme potenziale. Il Dott. Cizmar  ha dichiarato: “Le applicazioni pratiche potrebbero essere molto, molto eccitanti. Il raggio traente è molto selettivo nelle proprietà delle particelle su cui agisce, quindi può attrarre specifiche particelle da una miscela… Il dispositivo può operare solo a scala microscopica… la cattura una nave spaziale è fuori discussione… questo potrebbe essere utilizzato per separare le cellule bianche del sangue, per esempio.” Di solito quando oggetti microscopici vengono colpiti da un fascio di luce, sono spinti dai fotoni lungo la direzione del fascio. Questo effetto della radiazione è stato notato dall’astronomo tedesco Johannes Kepler nel 1619, quando ha osservato che le code delle comete puntano sempre in direzione opposta al Sole.

Margels rapita da un raggio trattore. Crediti: Treehouse of orror gallery.

Margels rapita da un raggio trattore. Crediti: Treehouse of orror gallery.

La tecnica della équipe del dottor Cizmar permette di invertire questo effetto, il che appare del tutto contro-intuitivo. “E ‘sorprendente”, ha detto. “Solo quando abbiamo esaminato in dettaglio il processo abbiamo visto l’inversione che si verifica a distanze molto brevi.” Le teorie scientifiche Pratiche sulla possibilità reale di realizzare raggi traenti sono state sviluppate dal 1960, ma questa è la prima volta che un raggio è stato utilizzato per attrarre oggetti microscopici verso una sorgente luminosa. Gli scienziati hanno già usato una tecnica chiamata vortice ottico per spostare le singole particelle con fasci di luce, ma questo nuovo approccio funziona anche liquidi e nel vuoto.

La prima apparizione di un raggio traente nella fiction è dovuta a un racconto dell’autore americano E.E. Smith “The Skylark of Space”, nel 1928. Successivamente è stato una costante nei romanzi e film di fantascienza, anche recente (District 9, La guerra dei mondi ecc).  Ma l’energia in gioco nel dispositivo di cui si parla, in apparenza modesta a scala microscopica, diventerebbe enormemente elevata alla scala ordinaria e così anche il calore prodotto. Niente catture a sorpresa di persone o oggetti dall’alto dunque, per il momento. Per saperne di più: Star Trek style ‘tractor beam’ created by scientists

Ma sopratutto venite al Planetario, vi aggiorneremo su tutte le novità dal mondo della scienza.

Scoperto un nuovo dinosauro-uccello del Giurassico

Un nuovo dinosauro piumato aiuta a comprendere l’origine degli uccelli. È stato studiato dai paleontologi dell’università del Southampton, ha circa 30 cm di lunghezza ed è molto simile ai primi antenati degli uccelli. È normalmente accettato che gli uccelli si siano evoluti da un gruppo di piccoli dinosauri teropodi nel  Cretaceo inferiore, 120-130 milioni di anni fa, ma le recenti scoperte di numerosi dinosauri piumati del periodo medio-tardo Giurassico, 170-150 milioni di anni fa, portano in dietro il percorso evolutivo degli uccelli.

Ricostruzione dell’Eosinopteryx. (Crediti: Royal Belgian Institute of Natural Sciences)

Ricostruzione dell’Eosinopteryx. (Crediti: Royal Belgian Institute of Natural Sciences)

Il nuovo ‘dinosauro-uccello’ Eosinopteryx , di cui si parla nel lavoro pubblicato su Nature Communications, fornisce ulteriori elementi di prova in tal senso. Eosinopterix è antecedente al ben noto Archaeopteryx, e prova che l’origine del volo è molto più lunga e complessa. Il fossile  è stato rinvenuto nel nord-est della Cina e, benché dotato di piume e penne, era incapace di volare a causa della apertura alare piccola e della struttura ossea che limitava la sua capacità di battere le ali.  Il dinosauro aveva anche le dita dei piedi adatte a camminare e meno piume sulla sua coda e la parte inferiore delle gambe, caratteri che lo rendevano agile nella corsa.  Per saperne di più: New Dinosaur Fossil Challenges Bird Evolution Theory

Ma soprattutto venite al Planetario, potrete anche visitare la Sala Vita dedicata alla evoluzione biologica sulla Terra.

 

Betelgeuse prossima ad una collisione

Sulla scala dei tempi astronomici naturalmente. Infatti Betelgeuse, la spalla di Orione, dista dalla Terra poco più di 600 anni luce e si muove nella direzione del “muro” di gas e polvere visibile nella foto alla velocità di 30 km al secondo, dunque impiegherà non meno di 5000 anni per percorre quella apparentemente breve distanza. La scoperta è stata fatta dall’ ESA Herschel Space Observatory,  l’osservatorio orbitante dell’Agenzia Spaziale Europea operante nell’infrarosso. La fotografia pubblicata rivela degli archi multipli, chiamati “bow shock” , generati dai potenti venti stellari che investono la materia interstellare. La serie di archi testimonia di una storia pregressa della stella alquanto turbolenta. Non dobbiamo aspettarci qualche catastrofe: l’urto è tra nubi di gas piuttosto rarefatti, potrebbe invece accadere che, nel lungo periodo, favorisca il processo di formazione di nuove stelle.

L'urto è inevitabile, mma tra 5000 anni. Crediti:ESA/Herschel/PACS/L. Decin et al

L’urto è inevitabile, ma tra 5000 anni. Crediti:ESA/Herschel/PACS/L. Decin et al

Nell’immagine si osserva bene il “muro” di gas interstellare, che probabilmente appartiene al lembo esterno di una nebulosa. Betelgeuse è una supergigante rossa, ben visibile ad occhio nudo, di prima sera, queste notti invernali . Il suo diametro è 1000 volte quello del Sole, del quale è anche oltre 100.000 volte più luminosa. La stella è entrata in una fase critica e si ritiene che possa esplodere come supernova entro qualche secolo. Per saperne di più: Betelgeuse braces for a collision

Ma soprattutto venite al Planetario, vi aggiorneremo su tutte le novità dal cielo profondo.

I buchi neri crescono più velocemente del previsto

Secondo gli astronomi della Swinburne University of Technology (Melbourne, Australia) i buchi neri supermassicci crescono molto più velocemente di quanto ci si aspettasse. Per anni, gli scienziati avevano creduto che i buchi neri supermassicci, che si trovano al centro delle galassie, avessero accresciuto la propria massa di pari passo con la crescita della galassia ospite. Tuttavia, nuove osservazioni hanno rivelato un comportamento radicalmente diverso. “I buchi neri sono cresciuti molto più velocemente di quanto pensassimo”,  ha detto il professor Alister Graham dal centro di Swinburne di Astrofisica e Supercalcolo. All’interno delle galassie, vi è una sorta di competizione per il gas disponibile, sia per la formazione di nuove stelle sia per alimentare il buco nero centrale. Per più di un decennio i principali modelli e le teorie avevano assegnato una frazione fissa del gas per ogni processo, in modo da mantenere il rapporto di massa tra il buco nero e la  galassia. Questa nuova ricerca, di prossima pubblicazione nella rivista The Astrophysical Journal, rivela che tale approccio deve essere cambiato. Risulta infatti dal nuovo studio che ogni aumento di dieci volte della massa stellare di una galassia è associato ad un aumento di 100 volte della massa del buco nero e questo ha notevoli implicazioni sulla comprensione dello sviluppo delle galassie e della coevoluzione con i buchi neri centrali. Si è anche scoperto un diverso rapporto tra la dimensione delle galassie e il numero di ammassi compatti di giovani stelle: nelle galassie più piccole è maggiore la frazione di stelle che si trova negli ammassi compatti.

Rappresentazione artistica di un buco nero.Crediti: Swinburne University of Technology

Rappresentazione artistica di un buco nero.  Crediti: Swinburne University of Technology

Gli astronomi australiani hanno anche fornito un contributo alla comprensione degli sfuggenti buchi neri di massa intermedia, cioè di massa compresa tra quella di una stella e quella di un milione di stelle. Il loro lavoro prevede che questi buchi neri debbano essere abbastanza numerosi all’interno delle galassie, ma sono difficili da osservare. Si ritiene però che la nuova generazione di telescopi estremamente grandi, come l’europeo E-ELT (European Extremely Large Telescope, del diametro di 40 metri) possa rilevarli facilmente.  La ricerca è stata effettuata con i più potenti telescopi oggi disponibili: il telescopio spaziale Hubble, il telescopio Very Large europeo in Cile e il telescopio Keck alle Hawaii, al fine di disporre di un campione di galassie sufficientemente ampio e significativo. Per saperne di più: Black holes growing faster than expected 

Ma sopratutto venite al Planetario, vi aggiorneremo su tutte le novità sui buchi neri.

Il 2012 tra gli anni più caldi

Il 2012 è risultato essere il nono anno più caldo dal 1880, confermando così la tendenza all’aumento delle temperature a lungo termine. Lo comunicano gli scienziati della NASA rilevando che, con la sola eccezione del 1998, i nove anni più caldi si sono verificati a partire da 2000, col 2010 e il 2005 in cima alla classifica, risultando i più caldi mai registrati. La NASA, attraverso il Goddard Institute for Space Studies (GISS) di New York, che controlla temperatura della superficie terrestre in modo continuativo, ha rilasciato un’analisi aggiornata il 15 gennaio, mettendo a confronto le temperature globali dell’ultimo secolo. La tendenza rilevata appare essere inequivocabile. La temperatura media nel 2012 era di circa 14,6 gradi Celsius, che è di 0,6 C più calda dalla metà del 20 ° secolo. La temperatura media globale è aumentata di circa 0,8 C dal 1880, secondo la nuova analisi. Gli scienziati sottolineano che, sebbene la temperatura media presenti delle oscillazioni di anno in anno, il continuo aumento dei livelli di gas serra nell’atmosfera terrestre provoca a lungo termine aumento delle temperature globali. Ciò significa che ogni anno successivo non sarà necessariamente più caldo rispetto all’anno precedente, ma sulla base delle tendenze osservate, gli scienziati si aspettano che ogni decennio successivo sia più caldo rispetto al decennio precedente. “Un anno in più non è di per sé significativo,” ha detto climatologo GISS Gavin Schmidt, “ma il fatto importante è che questo decennio è più caldo del precedente, e quello a sua volta era più caldo del decennio precedente. Il pianeta si sta riscaldando perché  stiamo emettendo quantità crescenti di anidride carbonica in atmosfera.”

Mappa delle anomalie termiche medie tra il 2008 2 il 2012.  Crediti: Data source: NASA Goddard Institute for Space Studies. Visualization credit: NASA Goddard's Scientific Visualization Studio

Mappa delle anomalie termiche medie tra il 2008 2 il 2012. Crediti: Data source: NASA Goddard Institute for Space Studies. Visualization credit: NASA Goddard’s Scientific Visualization Studio.

L’anidride carbonica è un gas serra che intrappola il calore e controlla in gran parte il clima della Terra. Essa è prodotta in modo naturale, ma molta altra viene emessa dalla combustione di combustibili fossili. Per questo il livello di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre è aumentato costantemente per decenni. Il livello di anidride carbonica nell’atmosfera era di circa 285 parti per milione nel 1880, il primo anno di registrazione delle temperature da parte del GISS. Nel 1960, la concentrazione atmosferica di biossido di carbonio, misurata dal NOAA Mauna Loa Observatory, era di circa 315 parti per milione. Oggi la misura è superiore a 390 parti per milione.  Per saperne di più: 2012 Sustained Long-Term Climate Warming Trend, NASA Finds

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La più grande galassia a spirale conosciuta

La spettacolare galassia a spirale barrata NGC 6872 è stata da tempo considerata uno dei più grandi sistemi stellari. Ora, con le nuove osservazioni, è riconosciuta come la più grande in assoluto tra le galassie a spirale, con un diametro maggiore di 522.000 anni luce, cinque volte il diametro della nostra Via Lattea. Ciò è stato reso possibile grazie alle capacità del telescopio orbitante GALEX, molto sensibile alla luce ultravioletta emessa dalle stelle giovani e molto calde.

La grande Galassia a spirale NGC 6872. Crediti: NASA's Goddard Space Flight Center/ESO/JPL-Caltech/DSS

La grande Galassia a spirale NGC 6872. Crediti: NASA’s Goddard Space Flight Center/ESO/JPL-Caltech/DSS

Questa immagine della galassia NGC 6872 è il risultato del lavoro di tre differenti Osservatori astronomici: l’ European Southern Observatory’s Very Large Telescope (in luce visibile), NASA’s GALEX  (nell’ultravioletto) e NASA’s Spitzer Space Telescope nell’infrarosso. Vi compare, solo nell’ultravioletto, una inattesa galassia nana distorta dalle forze di marea, chiamata IC 4970. L’inusuale dimensione e l’aspetto della galassia sono dovuti alla interazione con la molto più piccola galassia discoidale IC 4970, che ha solo un quinto della massa di NGC 6872. L’intero sistema si trova alla distanza di 212 milioni di anni luce da noi, nella direzione della costellazione meridionale del Pavone. Le grandi galassie, e tra queste la Via Lattea, si sono formate attraverso lente e progressive acquisizioni e fusioni di galassie minori. Questo processo è tuttora in corso in NGC 6872.

Credit: NASA's Goddard Space Flight Center, after C. Horellou (Onsala Space Observatory) and B. Koribalski (ATNF)

La simulazione al computer della interazione tra le due galassie. Crediti: NASA’s Goddard Space Flight Center, after C. Horellou (Onsala Space Observatory) and B. Koribalski (ATNF)

Le simulazioni al computer della collisione tra NGC 6872 e IC 4970 riproducono l’aspetto basilare che si osserva oggi. Mostrano che l’incontro più ravvicinato con la galassia minore è avvenuto 130 milioni di anni fa e che IC 4970 seguiva una traiettoria complanare alla galassia maggiore e nella stessa direzione della sua rotazione. La maggiore luminosità della galassia nana nell’ultravioletto è dovuta alla presenza di stelle giovani e massicce, non più vecchie di 200 milioni di anni (il Sole ha almeno 4,5 miliardi di anni). Lo studio ha mostrato chiaramente una differenza nella età delle stelle nella zona coinvolta dalla interazione tra le due galassie. Al contrario, la parte centrale di NGC 6872 non mostra segni di formazione stellare recente e le stelle che gli appartengono si sono formate alcuni miliardi di anni fa. Si tratta dunque di una popolazione stellare preesistente all’incontro ravvicinato che è tuttora in corso. Per saperne di più: NASA’s GALEX Reveals the Largest-Known Spiral Galaxy

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17 miliardi di pianeti di tipo terrestre nella Via Lattea

E’ quanto risulta da uno studio della NASA che ha ieri comunicato un’analisi globale dei pianeti extrasolari scoperti in due anni di attività della sonda Kepler. Risulta che il 50% delle stelle hanno pianeti di tipo terrestre o più grandi in orbite strette. Considerando anche i pianeti di dimensioni maggiori trovati in orbite più ampie di quella terrestre, questo numero arriva al 70%. Praticamente tutte le stelle di tipo solare hanno pianeti e il 17% delle stelle hanno pianeti di 0,8-1,25 volte la dimensione della Terra in orbite di 85 giorni o meno, dunque pianeti estremamente caldi. La stessa frazione di stelle risulta avere pianeti mini-nettuniani (2-4 volte la Terra) in orbite fino a 250 giorni, di poco maggiori all’orbita di Venere, anche questi dunque molto caldi. I pianeti più grandi sono molto meno comuni. Soltanto il 3% delle stelle hanno pianeti Nettuniani (4-6 volte la Terra), e soltanto il 5 % delle stelle ha pianeti giganti gassosi (6-22 volte la Terra) in orbite di 400 giorni o meno, cioè a distanza dalla propria stella equivalente a quella della Terra dal Sole.  Dunque, limitandoci al solo dato del 17% riferito a stelle con pianeti di tipo terrestre caldi, sulla base di almeno 100 miliardi di stelle della Via Lattea, si ottengono 17 miliardi di pianeti.

La distribuzione dei nuovi pianeti extrasolari.Crediti: NASA/Kepler mission

La distribuzione, per dimensioni, dei nuovi pianeti extrasolari.Crediti: NASA/Kepler mission

È stata inoltre annunciata la scoperta di 461 nuovi potenziali pianeti (in attesa di conferma) dei quali quattro sono di tipo terrestre con dimensioni doppie rispetto alla Terra e orbitanti nella zona abitabile, la zona del sistema planetario dove può esistere acqua liquida sulla superficie di un pianeta.

Le osservazioni della sonda Kepler risalgono al periodo Maggio 2009 – Marzo 2011, e i ritrovamenti mostrano una crescita stabile nel numero dei pianeti di piccola dimensione e nelle stelle con più di un pianeta.  Dalla pubblicazione del primo catalogo Kepler nel febbraio 2012, il numero di pianeti potenziali (detti candidati) scoperti nei dati rilevati dalla sonda è cresciuto del 20% raggiungendo un totale di 2740 candidati orbitanti su 2036 stelle.  L’incremento più straordinario è stato nella scoperta di pianeti di tipo Terra e super-Terra, il cui numero è cresciuto del 43% e del 21% rispettivamente.  Nel contempo il numero di stelle con più di un pianeta candidato è passato da 365 a 467 e, ad oggi, il 43% dei pianeti candidati hanno altri pianeti vicini. Questo implica che una frazione sostanziale degli esopianeti  risiede in sistemi solari multi-planetari, in analogia al nostro sistema solare.

 

Distribuzione delle setelle contenenti i vari tipi di pianeti. NASA/Kepler mission

Distribuzione delle stelle contenenti i vari tipi di pianeti. NASA/Kepler mission

Il metodo di osservazione della sonda Kepler si basa sui transiti cioè sul fatto che un pianeta, con orbita giacente lungo la linea di osservazione, prima o poi transiterà davanti alla stella occultandone in minima parte la luminosità. Di conseguenza per i pianeti aventi raggio orbitale come quello della Terra o superiore, sono necessari uno o più anni di osservazione per rilevarli. Sono poi necessarie ulteriori analisi ed osservazioni per confermare il pianeta. Agli inizi del 2012, erano stai confermati 33 nuovi candidati, ad oggi il numero e arrivato a 105 conferme. Dice Steve Howell, della missione Kepler, “ il problema non è se troveremo un pianeta analogo alla Terra, ma quando lo troveremo”. Per saperne di più: Announcing 461 New Kepler Planet Candidates

Ma sopratutto venite al Planetario, potrete assistere allo show sulla scoperta dei pianeti extrasolari.

 

 

 

 

Come nascono i pianeti giganti

Arriva freschissima dall’ESO la notizia che un team di astronomi, usando il radiotelescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), ha osservato per la prima volta uno stadio fondamentale nella nascita dei pianeti giganti: grandi correnti di gas che scorrono attraverso un varco nel disco di materiale che circonda una stella giovane. Si tratta della prima  osservazione diretta di tali correnti, che si pensa vengano formate durante il processo di crescita dei pianeti giganti che ingurgitano gas.  Lo studio ha riguardato la stella giovane HD 142527, distante più di 450 anni luce dalla Terra, circondata da un disco di gas e polvere cosmica,  i resti della nube da cui la stella si è formata. Appare nel disco di polvere una discontinuità tra la parte interna e quella esterna che si pensa sia stata prodotta dai pianeti giganti in formazione che avrebbero ripulito i dintorni delle proprie orbite nella loro rivoluzione attorno alla stella.

Immagine artistica che mostra le due correnti di gas che alimentano i due pianeti in formazione

Immagine artistica che mostra le due correnti di gas che alimentano i due pianeti in formazione. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO.

Si ritiene che i pianeti giganti crescano catturando il gas della nube primordiale attraverso correnti e ponti nella discontinuità del disco. Questa ipotesi viene per la prima volta confermata dalle osservazioni dirette. L’osservazione è stata resa possibile dalla eccezionale potenza di ALMA, un radiotelescopio composto 66 paraboloidi, che ha consentito di studiare quel sistema solare in formazione giungendo a vedere dettagli che i precedenti strumenti non coglievano. Il sistema solare HD 142527  è stato colto ai primi vagiti del suo sviluppo, infatti sia la stella sia i due pianeti giganti sono tuttora in fase di accrescimento. Per saperne di più: ALMA fa luce sulle correnti di gas che formano i pianeti.

Ma soprattutto venite al Planetario, vi aggiorneremo su tutte le novità sui pianeti extrasolari.