Due pianeti che non dovevano esistere

Nell’ammasso stellare NGC 6811 gli astronomi hanno trovato due pianeti più piccoli di Nettuno orbitanti in una stella di tipo solare. Le stelle si formano in gruppi che in tempi rapidi, su scala astronomica s’intende, si disperdono. Così è andata per il nostro Sole, ma spesso gli ammassi stellari nativi sono molto grandi e restano tali per miliardi di anni. All’interno di questi ammassi lo spazio è attraversato da intensi venti stellari che disperdono la materia della formazione planetaria rendendoli luoghi non ideali per la formazione dei pianeti. Per questo è stata una sorpresa trovare questi due pianeti in una stella di NGC 6811. L’autore della pubblicazione, Soren Meibom di Harvard, ha dichiarato “abbiamo pensato che i pianeti non possano formarsi facilmente nell’ambiente difficile e stressante dei densi ammassi stellari, ma perché per lungo tempo non ne abbiamo trovato.”

Nell'ammasso NGC 6811 sono stati trovati due nuovi pianeti. Crediti: Michael Bachofner

Nell’ammasso NGC 6811 sono stati trovati due nuovi pianeti. Crediti: Michael Bachofner

I due pianeti sono stati trovati analizzando i dati della sonda Kepler e sono stati chiamati Kepler 66b e 67b. Costituiscono la prova che i pianeti possono formarsi anche in ambienti estremi ed ostili. Per saperne di più: First transiting planets in a star cluster discovered

Ma sopratutto venite al Planetario, vi aggiorneremo su tutte le novità sui pianeti extrasolari

IRIS contro gli ultimi misteri del Sole

Per osservare il Sole con sicurezza basta un filtro da pochi euro. Ma se volete scoprirne i misteri più nascosti vi serve una sonda interplanetaria da 181 milioni di dollari. È quello che farà la NASA questa settimana per studiare un aspetto ancora misterioso della nostra stella, la cromosfera, lo strato di plasma da cui parte la caldissima corona, che possiamo osservare durante le eclissi di Sole.

Gli strumenti di IRIS. Fonte: NASA

Gli strumenti di IRIS. Fonte: NASA

La sonda si chiama IRIS, verrà lanciata il 27 giugno e avrà il compito di spiegare un mistero irrisolto: perché la corona solare, con un milione di gradi, è tanto più calda della sua superficie che ha “solo” 6000” gradi di temperatura ? Per saperne di più: Launch of NASA’s New Solar Mission Rescheduled to June 27

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Scoperti tre pianeti abitabili in una stella vicina

In base a nuove osservazioni della stella Gliese 667C, gli astronomi dell’ESO hanno potuto stabilire che possiede almeno 6 pianeti, di cui ben tre nella zona abitabile. La stella Gliese 667C fa parte di un sistema  di tre stelle che si trova nella costellazione dello Scorpione, a soli 22 ani luce da noi, uno dei sistemi più vicini nei quali siano stati trovati dei pianeti. Alcuni dei pianeti erano già stati scoperti, ma le nuove osservazioni, combinate con le precedenti, hanno consentito di verificare che ben tre sono nella zona abitabile.

La disposizione dei 6 pianeti di Gliese667C. Crediti: ESO/M. Kornmesser

La disposizione dei 6 pianeti di Gliese667C. Crediti: ESO/M. Kornmesser

La stella ha poco più di un terzo della massa del Sole ed è la più piccola delle tre. La zona abitabile può contenere al massimo tre pianeti in un’orbita stabile, dunque Gliese 667 ha saturato la sua zona abitabile ed è il primo caso osservato. Per saperne di più: Tre pianeti nella zona abitabile di una stella vicina

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Tre Centauri inseguono Urano

Gli astrofisici dell’Università Complutense di Madrid hanno confermato che Crantor, un asteroide con un diametro di 70 km, ha un’orbita simile a quella di Urano e impiega lo stesso tempo per orbitare intorno al Sole. I ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che questo e di altri due oggetti del gruppo dei Centauri sono co-orbitali con Urano. Anche un secondo asteroide, denominato 2000 SN331, completa la sua orbita sincrona con Urano, in circa 84 anni terrestri, e, allo stesso modo, i dati più recenti di un terzo asteroide, 2011 QF99, la cui scoperta che è stata resa pubblica solo qualche settimana fa, indicano che anche la sua orbita è sincrona con quella di Urano.

Rappresentazione artistica degli asteroidi uraniani. Crediti: SINC.

Rappresentazione artistica degli asteroidi uraniani. Crediti: SINC.

Il Minor Planet Center, l’organizzazione che regola la denominazione di asteroidi e comete, conferma che i tre oggetti appartengono al gruppo dei Centauri, gli asteroidi ghiacciati che orbitano attorno al Sole tra Giove e Nettuno. “Crantor, 2010 EU65 e 2011 QF99 sono i primi asteroidi ad essere documentati come co-orbitanti con Urano”, afferma De la Fuente Marcos, uno degli autori dello studio. Per saperne di più: Three Centaurs Follow Uranus Through the Solar System

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Un giacimento di buchi neri su Andromeda

Utilizzando più di 150 osservazioni del telescopio orbitante Chandra, nell’arco di 13 anni di ricerca, i ricercatori hanno identificato 26 candidati buchi neri, un record in una galassia diversa dalla nostra, Andromeda che è una gemella della Via Lattea. “Ci entusiasma aver trovato così tanti buchi neri in Andromeda, ma pensiamo che sia solo la punta di un iceberg”, ha detto Robin Barnard della Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CFA) a Cambridge, e autore principale del lavoro che illustra questi risultati. “La maggior parte dei buchi neri non hanno compagni vicini e risulta invisibile.”. Questi buchi neri appartengono alla categoria di massa stellare, formatisi nel collasso finale di stelle molto massicce che hanno masse da cinque a 10 volte quella del nostro Sole. Gli astronomi possono rilevare questi oggetti, altrimenti invisibili, quando strappano materia da una stella compagna riscaldandola fino a produrre la radiazione prima di scomparire nel buco nero.

I 26 candidati buchi neri osservati dalla sonda Chandra nel cuore di Andromeda. Crediti: X-ray (NASA/CXC/SAO/R.Barnard, Z.Lee et al.), Optical (NOAO/AURA/NSF/REU Prog./B.Schoening, V.Harvey; Descubre Fndn./CAHA/OAUV/DSA/V.Peris)

I 26 candidati buchi neri osservati dalla sonda Chandra nel cuore di Andromeda. Crediti: X-ray (NASA/CXC/SAO/R.Barnard, Z.Lee et al.), Optical (NOAO/AURA/NSF/REU Prog./B.Schoening, V.Harvey; Descubre Fndn./CAHA/OAUV/DSA/V.Peris)

Il primo passo per identificare questi buchi neri è stato quello di assicurarsi che fossero sistemi di massa stellare appartenenti alla galassia di Andromeda, verificandone i caratteri specifici anche col supporto dell’XMM-Newton X-ray Observatory dell’Agenzia Spaziale Europea, che ha fornito gli spettri e la distribuzione energetica dei raggi X. Gli spettri sono informazioni importanti che consentono di determinare la natura di questi oggetti. Sette di questi candidati buchi neri si trovano a 1.000 anni luce dal centro della galassia Andromeda, più di quanti ne osserviamo vicino al centro della nostra galassia. Non è una sorpresa,  perché il rigonfiamento centrale di Andromeda è più grande di quello della Via Lattea. Per saperne di più: NASA’s Chandra Turns up Black Hole Bonanza in Galaxy Next Door

 

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Tre in uno

Queste sere sono particolarmente favorevoli per l’osservazione della Luna, di Venere e Mercurio. L’arrivo, finalmente, della buona stagione e le tiepide serate rendono piacevole seguire il tramonto e poter vedere insieme il pianeti Venere e Mercurio bassi sull’orizzonte ovest. Non perdete perciò l’occasione di questo colpo d’occhio. La foto che segue è stata effettuata dalla casa dello scrivente con una normale reflex digitale. Foto come queste si possono fare soltanto con l’uso del cavalletto e dell’autoscatto, perché il tempo di posa di 1,5 secondi non consente di lavorare a mano libera.

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Rolling stones su Marte ?

Una pietra che rotola su Marte nella regione la regione Nili Fossae. Cosa l’ha messa in movimento ? Un martemoto ? la caduta di un meteorite? Il disgelo di un substrato ghiacciato ? può essere stato un fenomeno recente, anche se, nel caso di Marte, il termine recente ha un significato diverso per via della bassa attività atmosferica e geologica, il che può significare anche qualche secolo.

La traccia lasciata dal macigno rotolato giù per il pendio marziano. NASA/JPL-Caltech/University of Arizona)

La traccia lasciata dal macigno rotolato giù per il pendio marziano. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona)

Il fatto non è sfuggito alla fotocamera HiRISE della sonda Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. La foto mostra un masso di un paio di metri che è rotolato giù da un pendio, mostrando una traccia frastagliata dovuta alla sua forma non regolare. Per saperne di più: Are the gods playing marbles on Mars?

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Fu davvero un meteorite l’esplosione di Tunguska ?

È sempre più probabile che sia stata l’esplosione in atmosfera di un grande meteorite la causa dell’evento Tunguska del 1908, che distrusse 2000 kmq di foresta siberiana. Lo rivelerebbe un frammento di meteorite sottoposto a nuove analisi. Era il 30 giugno 1908 quando una potente e devastante esplosione squarciò il cielo nei pressi del fiume Tunguska, circa 600 km a nord del lago Baikal. Testimoni oculari hanno descritto l’evento come un grande oggetto che illuminò il cielo ed esplose senza toccare il suolo, producendo una potente ondata di calore. L’esplosione, stimata equivalente a circa 3-5 megatonnellate di TNT, è stata la più potente mai registrata nella storia.  In confronto, la meteora che ha colpito la regione russa di Chelyabinsk, all’inizio di quest’anno è stata ‘solo’ di 460 kiloton di TNT, dieci volte meno potente. Le numerose spedizioni scientifiche non sono riuscite a recuperare frammenti attribuibili definitivamente all’oggetto ma questo frammento di roccia, proveniente da una torbiera siberiana, sembra essere stato esposto a temperature e pressioni estreme, indicando il violento impatto di un meteorite sulla atmosfera.

Una vista della taiga distrutta dall’evento Tunguska ripresa dalla missione del 1953.

Una vista della taiga distrutta dall’evento Tunguska ripresa dalla missione del 1953.

La mancanza di campioni ha permesso speculazioni fantasiose sulla causa dell’evento, con le spiegazioni più esotiche basate sulla caduta di un mini buco nero o di un qualche corpo di antimateria. Ma la maggior parte dei geologi ritengono che sia stato un asteroide, o forse una cometa. Le nuove analisi sul frammento di meteorite, effettuate da studiosi della Accademia Nazionale della Scienze di Kiev, potrebbero confermare definitivamente la tesi del piccolo asteroide e, a tal fine, si sta cercando di datare con precisione lo strato di sedimento dove il campione è stato trovato. Per saperne di più: Rock samples suggest meteor caused Tunguska blast

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Guidare un elicottero col pensiero ?

Sì, è possibile. Un gruppo di giovani ricercatori dell’Università del Minnesota ha sviluppato un metodo non invasivo per il controllo di un elicottero giocattolo con onde cerebrali. Il modello di elicottero può essere guidato attraverso un percorso ad ostacoli con il solo pensiero. Il pilota del velivolo opera in remoto utilizzando un copricapo con elettrodi per rilevare le onde cerebrali che si traducono in comandi. Secondo gli sviluppatori è aperta la strada per il controllo di arti robotici ed altri dispositivi medici. Le migliori protesi neurali di oggi richiedono elettrodi da impiantare nel corpo e sono quindi riservate ai tetraplegici e ad altri con disabilità così gravi da giustificare un intervento chirurgico invasivo.

Il modellino guidato col pensiero. In fondo, la squadra di ricercatori.

Il modellino guidato col pensiero. In fondo, la squadra di ricercatori, con al centro il pilota.

“Vogliamo sviluppare qualcosa di non invasivo di cui possa beneficiare un sacco di gente, non solo un numero limitato di pazienti”, dice Bin Lui, un ingegnere biomedico presso l’Università del Minnesota a Minneapolis, un pioniere di queste applicazioni. Ma il nuovo elicottero fa un passo avanti rispetto alle precedenti esperienze. Può essere guidato su e giù,  a destra o a sinistra, e offre un controllo più preciso. Per spostarlo in una direzione particolare, un utente immagina di stringere la mano sinistra per andare a sinistra,  la mano destra per andare a destra,  o entrambe per salire.

Il pilota col copricapo di controllo.

Il pilota col copricapo di controllo.

Le immagini mentali alterano l’attività cerebrale nella corteccia motoria. Le variazioni di intensità e frequenza dei segnali registrati, opportunamente rilevate ed elaborate, rivelano l’intenzione del pilota. Per saperne di più: Toy helicopter guided by power of thought

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Fotografato un esopianeta da un team europeo dell’ESO

Un team di astronomi dell’ESO ha fotografato con il VLT (Very Large Telescope) un pianeta lontano in orbitante intorno ad una stella. Anche se ha una massa cinque volte superiore a quella di Giove, sarebbe il pianeta più leggero osservato direttamente al di fuori del nostro sistema solare. Sono, ad oggi, un migliaio i pianeti extrasolari scoperti per via indiretta,  mentre sono soltanto circa una dozzina quelli che sono stati fotografati direttamente.

L'esopianeta, blu in basso a sinistra. La stella è stata attenuata per consentire la ripresa del pianeta. Crediti: ESO/J. Rameau

L’esopianeta, blu in basso a sinistra. La stella è stata attenuata per consentire la ripresa del pianeta. Crediti: ESO/J. Rameau

La scoperta arriva nove anni dopo che al VLT (Very Large Telescope) dell’ESO si ottenne la prima immagine di un esopianeta, orbitante intorno alla nana bruna 2M1207. Il nuovo pianeta, che è stato designato HD 95086 b,  orbita a una distanza di circa 56 volte quella dalla Terra al Sole, il doppio della distanza tra il Sole e Nettuno. La stella, molto giovane con circa 17 milioni di anni di età, è poco più massiccia del Sole ed è circondata da un disco di detriti. Queste proprietà hanno permesso agli astronomi di identificarla come un candidato ideale per ospitare giovani pianeti massicci. Il sistema si trova a circa 300 anni luce da noi. Per saperne di più:  L’esopianeta più leggero mai fotografato?

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