Giovani stelle blu in M47

Verrebbe quasi voglia di metterle sull’albero di Natale: è il giovane ammasso aperto di stelle blu brillanti noto come M47. L’immagine è stata ottenuta con la camera WFI (Wide Field Imager) installata sul telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio dell’ESO di La Silla in Cile, nell’ambito del programma Gemme Cosmiche. Messier 47 si trova a circa 1600 anni luce dalla Terra, nella costellazione della Poppa (quella della nave mitologica Argo). È stato notato per la prima volta poco prima del 1664 dall’astronomo italiano Giovanni Battista Hodierna e successivamente scoperto indipendetemente da Charles Messier, che sembra non fosse a conoscenza delle osservazioni precedenti di Hodierna.  Anche se è brillante e facile da vedere, Messier 47 è uno degli ammassi aperti meno densamente popolato.

L'ammasso aperto M47. Crediti: ESO

L’ammasso aperto M47. Crediti: ESO

Sono visibili solo una cinquantina di stelle in una regione di circa 12 anni luce, a confronto con altri oggetti simili che possono contenere migliaia di stelle. Per saperne di più: Le stelle calde e blu di Messier 47.

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Parte la costruzione di E-ELT

Via libera definitivo alla costruzione del più grande telescopio del mondo. Si chiama E-ELT, acronimo di European Extremely Large Telescope, letteralmente Telescopio Europeo Estremamente Grande. L’E-ELT sarà un telescopio ottico e infrarosso di 39 metri di apertura sito sul Cerro Armazones nel deserto cileno di Atacama, a 20 chilometri dal VLT (Very Large Telescope) dell’ESO sul Cerro Paranal. Sarà il più grande “occhio del mondo rivolto al cielo”.

Rendering del grande telescopio. L'apertura della cupola sarà di circa 50 metri. Crediti: ESO/L. Calçada

Rendering del grande telescopio. L’apertura della cupola sarà di circa 50 metri. Crediti: ESO/L. Calçada

Questo telescopio permetterà di effettuare straordinarie scoperte scientifiche nel campo degli esopianeti, della composizione stellare delle galassie vicine e dell’Universo profondo.  Per saperne di più: Semaforo Verde per la costruzione dell’E-ELT

 

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I buchi neri plasmano l’universo?

Sorprendente scoperta al VLT (Very Large Telescope) dell’ESO in Cile: una equipe di ricercatori europei ha osservato un allineamento tra le strutture a grande scala dell’universo e gli assi di rotazione dei buchi neri supermassicci dei nuclei delle galassie lontane attive, chiamate quasar. L’equipe ha anche scoperto che l’asse di rotazione di questi quasar tende ad essere allineato con le vaste strutture della rete cosmica in cui essi risiedono.   I buchi neri dei quasar sono circondati da dischi in rotazione di materiale molto caldo, in genere associato a potenti getti allineati lungo l’asse di rotazione. La luce emessa dal quasar spesso supera quella di tutte le stelle della galassia messe insieme.  È  noto da tempo che la distribuzione delle galassie su scale di miliardi di anni luce non sia uniforme. Formano una rete cosmica di filamenti e grumi intorno a enormi vuoti dove le galassie sono rare. Questa disposizione bella e affascinante è nota come struttura a grande scala.

Simulazione che mostra l'orientamento degli assi dei quasar con le strutture a grande scala dell'universo. Crediti: ESO/M. Kornmesser

Simulazione che mostra l’orientamento degli assi dei quasar con le strutture a grande scala dell’universo. Crediti: ESO/M. Kornmesser

I nuovi risultati del VLT indicano che l’asse di rotazione dei quasar tende a essere parallelo alle strutture a grande scala a cui appartengono. E perciò, se i quasar si trovano in un lungo filamento, allora lo spin (asse di rotazione) del buco nero centrale punta lungo il filamento. I ricercatori stimano che la probabilità che questi allineamenti siano casuali è meno dell’1%.  Per saperne di più: Bizzarro allineamento dei quasar su distanze di miliardi di anni luce.

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L’occhio di Sauron visto da SPHERE

Ricordate il terribile occhio di Sauron, nel film Il Signore degli anelli? Eccolo, lo ha visto SPHERE, lo strumento Exoplanet Research Spectro-Polarimetric, installato il mese scorso sul Very Large Telescope dell’ESO in cima Cerro Paranal in Cile. Si tratta della stella HR 4796A, magnificamente decorata da un anello di polvere. Per un tipico telescopio ottico, il centro scuro di HR 4796A è un disco ardente di luce stellare che impedisce di vedere il debole bagliore dell’anello di polvere. SPHERE filtra opportunamente la luce della stella consentendo di acquisire immagini eccezionalmente nitide come questa.

La stella HR 4796A col suo anello di polvere. Crediti: ESO/J.L. Beuzit et al./SPHERE Consortium

La stella HR 4796A col suo anello di polvere. Crediti: ESO/J.L. Beuzit et al./SPHERE Consortium

Lo strumento corregge anche gli effetti dell’atmosfera terrestre e può distinguere tra luce stellare e la luminosità di un pianeta, sulla base del colore e della polarizzazione della luce. Grazie a queste notevoli prestazioni  tecniche, SPHERE potrà scoprire pianeti in orbita attorno a stelle lontane e studiarli con chiarezza spettacolare.  Per saperne di più: Prima Luce per SPHERE che fotograferà gli esopianeti

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Risolto il mistero dell’origine delle Magnetar?

Le magnetar sono stelle di neutroni superdense e dotate di un intensissimo campo manetico, milioni di volte più intenso dei maggiori campi magnetici generati sulla Terra. L’origine di questi strani oggetti è ignota sin dalla loro scoperta, avvenuta 35 anni fa. Ma forse la chiave per risolvere il mistero è stata trovata. Una di queste si trova nell’ammasso stellare Westerlund 1, a circa 16.000 anni luce da noi. Ora gli astronomi dell’ESO hanno dimostrato che si è formata in un sistema binario con un processo che sembra determinante per l’insorgere di un campo magnetico così intenso.  Così sarebbe avvenuta la nascita:

1)   la stella più massiccia della coppia (40 masse solari), nella fase in cui si espande come gigante rossa,  cede materia alla compagna, destinata a diventare una magnetar, facendola ruotare sempre più velocemente. La rapida rotazione è l’ingrediente essenziale per generare l’intenso campo magnetico.

2)   La futura magnetar diventa così massiccia e veloce che inizia a sua volta perdere massa, di cui una parte ritorna alla compagna che si arricchisce di carbonio e altri elementi.

3)   La stella dalla rotazione veloce collassa generando al magnetar e scaglia via la compagna.

Ricostruzione artistica di una magnetar. Crediti: ESO, L.Calcada

Ricostruzione artistica di una magnetar. Crediti: ESO, L.Calcada

La stella in fuga è stata trovata, si chiama Westerlund 1-5 e, per velocità, contenuto di carbonio e posizione ha tutte le caratteristiche per essere stata protagonista di questa storia. Sembra che essere una delle due componenti di un sistema doppio sia dunque un ingrediente essenziale nella ricetta delle magnetar. La rotazione rapida creata dal trasferimento di massa tra le due stelle sembra necessaria per generare il campo magnetico ultra-forte e quindi un secondo trasferimento di massa permette alla futura magnetar di dimagrire sufficientemente da non collassare più in un buco nero nel momento della propria morte.  Per saperne di più: Risolto il mistero della formazione delle magnetar?

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Misurata la durata del giorno su un pianeta extrasolare

Alcune osservazioni con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO hanno determinato, per la prima volta, la velocità di rotazione di un esopianeta. Il giorno di Beta Pictoris b risulta essere di sole otto ore, molto più veloce dei pianeti del Sistema Solare – il suo equatore si muove a quasi 100 000 chilometri all’ora. Questo nuovo risultato estende agli esopianeti la relazione tra la massa e la rotazione osservata nel Sistema Solare. Tecniche simili permetteranno in futuro agli astronomi di produrre mappe dettagliate degli esopianeti con il telescopio E-ELT (European Extremely Large Telescope).

Il pianteta Beta Pictoris b del quale è stata per la prima volte misurata la durata del giorno. Crediti: ESO

Il pianteta Beta Pictoris b del quale è stata per la prima volte misurata la durata del giorno. Crediti: ESO

L’esopianeta Beta Pictoris b è in orbita intorno alla stella Beta Pictoris, visibile a occhio nudo, che si trova a circa 63 anni luce dalla Terra nella costellazione australe del Pittore. Questo pianeta è stato scoperto quasi sei anni fa ed è stato uno dei primi esopianeti di cui è stata ottenuta un’immagine diretta. Orbita a una distanza di circa otto volte la distanza Terra-Sole dalla stella madre (eso1024) – diventando così l’esopianeta più vicino a una stella di cui si stata ottenuta l’immagine. Per saperne di più: Misurata per la prima volta la lunghezza del giorno su un esopianeta

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La più grande supergigante gialla

È distante 12.000 anni luce, ma è al limite della visibilità ad occhio nudo nel Centauro, vicino alla Croce del Sud. È la più grande stella gigante gialla conosciuta. Ha un diametro 1300 volte quello del Sole  e costituisce un sistema doppio, con la seconda componente stellare così vicina da essere in contatto con la stella principale in modo tale che il sistema assomiglia ad una nocciolina.

Rappresentazione della Ipergigante scoperta dal VLT dell'ESO. Crediti: ESO

Rappresentazione della Ipergigante scoperta dal VLT dell’ESO. Crediti: ESO

Si tratta quindi di un oggetto notevole e raro che sta cambiando molto rapidamente, osservato in una fase molto breve della sua vita. Il suo nome è HR 5171 A e si colloca tra le dieci stelle più grandi conosciute, con una luminosità un milione di volte superiore a quella del Sole. Per saperne di più: Il VLT trova la più grande stella ipergigante gialla

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Vita e morte delle stelle nella Grande Nube di Magellano.

Nascita e morte delle stelle plasmano questa nebulosa che si trova nella Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della Via Lattea, a “soli” 160.000 anni luce da noi. È una galassia nana ma piuttosto attiva e contiene una delle più grandi regioni di formazione stellare conosciute, nota come Nebulosa Tarantola, visibile anche ad occhio nudo.

Il dettaglio della Grande Nube di Magellano ripresa dal telescopio VLT dell'ESO.

Il dettaglio della Grande Nube di Magellano ripresa dal telescopio VLT dell’ESO.

L’immagine ripresa dal grande telescopio europeo VLT, mostra un’area bianco bluastra a destra, sede di un intenso processo di formazione stellare, e, sulla sinistra, una zona rossastra caratterizzata da ampie cavità e striature prodotte da violente esplosioni di supernovae, stelle massicce che hanno concluso il proprio ciclo vitale. Per saperne di più: Un dramma ardente di nascita e morte tra le stelle.

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Il più vecchio gemello del Sole

È stato identificato da un’equipe internazionale, che ha usato il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO,  il più vecchio gemello del Sole finora noto. Si trova a 250 anni luce dalla Terra, il suo nome è HIP 102152 ed è più simile al Sole di qualsiasi altro gemello solare, salvo il fatto che ha circa quattro miliardi di anni in più. Questo gemello più vecchio, ma quasi identico, ci dà una possibilità senza precedenti di vedere come sarà il Sole nel lontano futuro. Così come in un bosco non abbiamo necessità di fissare per qualche secolo un alberello per capire come evolverà, perché è sufficiente identificare gli alberi della stessa specie a diverse età di sviluppo, allo stesso modo risparmiamo miliardi di anni di osservazione identificando i gemelli del Sole a diverse età. Questa è l’importanza della scoperta della stella HIP 102152 e di altre che rappresentano il Sole a differenti età.

Una rappresentazione dell'evoluzione del Sole, fino alla fase finale di gigante rossa. Crediti: ESO

Una rappresentazione dell’evoluzione del Sole, fino alla fase finale di gigante rossa. Crediti: ESO/M.Kornmesser

HIP 102152 si trova nella costellazione del Capricorno, è il più vecchio gemello solare finora trovato. Si stima che abbia 8,2 miliardi di anni, rispetto ai 4,6 del nostro Sole. Mentre un’altra stella gemella, 18 Scorpii, si è scoperto essere più più giovane del Sole, con un’età di circa 2,9 miliardi di anni. Questi studi contribuiranno anche a spiegare la scarsa presenza di litio nel Sole, fatto che queste nuove osservazioni correlano all’età della stella e alla presenza di pianeti rocciosi. Per saperne di più:

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Identificato il più vecchio gemello del Sole

Scoperti tre pianeti abitabili in una stella vicina

In base a nuove osservazioni della stella Gliese 667C, gli astronomi dell’ESO hanno potuto stabilire che possiede almeno 6 pianeti, di cui ben tre nella zona abitabile. La stella Gliese 667C fa parte di un sistema  di tre stelle che si trova nella costellazione dello Scorpione, a soli 22 ani luce da noi, uno dei sistemi più vicini nei quali siano stati trovati dei pianeti. Alcuni dei pianeti erano già stati scoperti, ma le nuove osservazioni, combinate con le precedenti, hanno consentito di verificare che ben tre sono nella zona abitabile.

La disposizione dei 6 pianeti di Gliese667C. Crediti: ESO/M. Kornmesser

La disposizione dei 6 pianeti di Gliese667C. Crediti: ESO/M. Kornmesser

La stella ha poco più di un terzo della massa del Sole ed è la più piccola delle tre. La zona abitabile può contenere al massimo tre pianeti in un’orbita stabile, dunque Gliese 667 ha saturato la sua zona abitabile ed è il primo caso osservato. Per saperne di più: Tre pianeti nella zona abitabile di una stella vicina

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